poesie sui cani

Eugenio Montale e il cane Galiffa

Uno dei primi ricordi del poeta

La poesia di Eugenio Montale sul cane GaliffaEugenio Montale (1896-1981, Nobel per la letteratura nel 1975) dedica a Galiffa una tenera poesia. Galiffa è il nome del cane che faceva le feste al poeta quando era piccolo (non a caso il componimento in questione lo troviamo nella raccolta Quaderno di quattro anni, pubblicato nel 1977).
Di lui ricorda poco, come è normale che sia per un bambino di pochi anni. Ma qualcosa gli è rimasto in mente: il balzo e il guaito di festa che il pelosetto faceva quando vedeva il piccolo da lontano. E forse questo ricordo è più vivo nella mente di quanto lo possano essere i grandi amori umani che spesso ci fanno soffrire.
Nei miei primi anni abitavo al terzo piano
e dal fondo del viale di pitòsfori
il cagnetto Galiffa mi vedeva
e a grandi salti dalla scala a chiocciola
mi raggiungeva. Ora non ricordo
se morì in casa nostra e se fu seppellito
e dove e quando. Nella memoria resta
solo quel balzo e quel guaito né
molto di più rimane dei grandi amori
quando non siano disperazione e morte.
Ma questo non fu il caso del bastardino
di lunghe orecchie che portava un nome
inventato dal figlio del fattore
mio coetaneo e analfabeta, vivo
meno del cane, e strano, nella mia insonnia.

L’Ode al cane di Pablo Neruda

Una delle poesie più famose del poeta cileno

L'Ode al cane di Pablo NerudaPablo Neruda (1904-1973, Nobel per la letteratura nel 1971) è uno dei poeti più amati e più citati (e spesso anche gli vengono attribuite opere che non sono sue, visto che il suo nome assicura diffusione certa).
Tra i suoi componimenti poetici troviamo anche un’Ode al cane in cui il poeta racconta, in versi, di una passeggiata tra un uomo e il suo amico. Il loro incedere si muove all’unisono tanto che alla fine non si hanno più due animali – il cane e l’uomo – ma un solo unico animale «che cammina muovendo sei zampe e una coda». Probabilmente questa è una delle immagini poetiche che meglio descrivono il rapporto tra i cani e gli uomini.

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Il cane mi domanda
e non rispondo.
Salta, corre per i campi e mi domanda
senza parlare
e i suoi occhi
sono due richieste umide, due fiamme
liquide che interrogano
e io non rispondo,
non rispondo perché
non so, non posso dir nulla.
In campo aperto andiamo
uomo e cane.
Brillano le foglie come
se qualcuno le avesse baciate
a una a una,
sorgono dal suolo tutte le arance
a collocare piccoli planetari
su alberi rotondi
come la notte, e verdi,
e noi, uomo e cane, andiamo
a fiutare il mondo, a scuotere il trifoglio,
nella campagna cilena,
fra le limpide dita di settembre.
Il cane si ferma,
insegue le api,
salta l’acqua trepida,
ascolta lontanissimi latrati,
orina sopra un sasso,
e mi porta la punta del suo muso,
a me, come un regalo.
È la sua freschezza affettuosa,
la comunicazione del suo affetto,
e proprio lì mi chiese
con i suoi due occhi,
perché è giorno, perché verrà la notte,
perché la primavera
non portò nella sua canestra
nulla
per i cani randagi,
tranne inutili fiori,
fiori, fiori e fiori.
E così m’interroga il cane
e io non rispondo. Andiamo uomo e cane uniti
dal mattino verde,
dall’incitante solitudine vuota nella quale solo noi
esistiamo,
questa unità fra cane con rugiada
e il poeta del bosco,
perché non esiste l’uccello nascosto,
né il fiore segreto, ma solo trilli e profumi
per i due compagni:
un mondo inumidito dalle distillazioni della notte,
una galleria verde e poi un gran prato,
una raffica di vento aranciato,
il sussurro delle radici,
la vita che procede,
e l’antica amicizia,
la felicità
d’essere cane e d’essere uomo trasformata
in un solo animale
che cammina muovendo
sei zampe
e una coda
con rugiada.

Il povero ane di Gianni Rodari

A Firenze, si sa, non pronunciano la “c” a inizio parola

Il ane di Gianni RodariGianni Rodari (1920-1980), si sa, era un genio della letteratura per l’infanzia (e non solo, ci sentiamo di aggiungere) e i suoi testi sono ancora oggi molto attuali e molto letti. Partendo dalla realtà di tutti i giorni, Rodari ne traeva degli insegnamenti: ma non in maniera saccente, bensì con parole semplici che fanno sorridere e, al contempo, riflettere.
Così è per un cane di Firenze che, vivendo in quella città toscana in cui la “c” iniziale non si pronuncia, è un “ane” e non un “cane”. In pratica è un cane senza testa: come farà a vivere? Come farà a mangiare? Ci sono molti modi per tirare a campare, anche senza testa, dice Rodardi. Anche in considerazione del fatto che in giro ci sono molte persone che la testa ce l’hanno, ma non la usano affatto!

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Se andrete a Firenze
vedrete certamente
quel povero ane
di cui parla la gente.
È un cane senza testa,
povera bestia.
Davvero non si sa
ad abbaiare come fa.
La testa, si dice,
gliel’hanno mangiata…
(La “c” per i fiorentini
è pietanza prelibata).
Ma lui non si lamenta,
è un caro cucciolone,
scodinzola e fa festa
a tutte le persone.
Come mangia? Signori,
non stiamo ad indagare:
ci sono tante maniere
di tirare a campare.
Vivere senza testa
non è il peggior dei guai:
tanta gente ce l’ha,
ma non l’adopera mai!

Assenza di Luciano Somma

Il vuoto lasciato da un cane che muore è incolmabile

Il lutto per la morte del caneLa scrittrice statunitense Agnes Sligh Turnbull ebbe a dire: «La vita dei cani è troppo breve. Questa è la loro unica, vera colpa». Certo, non possiamo fargliene una colpa: la vita è così per tutti. Si nasce e si muore. Ma – chi vive con un cane lo sa bene! – la morte di un amico a quattro zampe spesso getta l’umano in una sorta di prostrazione, anche perché il lutto per la morte di un animale domestico viene vissuto nel silenzio, non essendo riconosciuto pubblicamente.
Quando un cane muore quello che si nota subito è il vuoto che lascia: la sua presenza, discreta, era di una compagnia indicibile e ora che non c’è più l’assenza è lancinante. Proprio a quest’assenza dedica una poesia il poeta italiano Luciano Somma (1940) che rammenta i momenti vissuti con il suo cane.
La tua presenza
colmava il vuoto
della mia oziosa solitudine
spesso mi contrariava
il tuo lungo abbaiare
che mi manca
mostravi tutta la tua gratitudine
stendendoti ai miei piedi
mi contemplavi
percependo a volte le mie azioni
ci capivamo
nell’incrociarsi dei nostri sguardi
e ci ritrovavamo
nel nostro mondo
forse
non ero solamente il tuo padrone
ma il vero amore
oggi non ci sei più
la tua specie meticcia
si è dissolta
uguale agli altri
nella nuda terra
per me
sei una ferita aperta
nel ricordo
dentro al mio vuoto
nel ripiombato abisso
d’un’altra e più profonda
solitudine.

L’enigma del cane di Franco Marcoaldi

Fino a che punto possono conoscerci?

L'enigma del caneConcludiamo questa rassegna di belle poesie sui cani con un testo di Franco Marcoaldi, poeta e scrittore italiano che vive sulla laguna di Orbetello.
Nella sua raccolta Animali in versi, protagonisti sono gli animali che il poeta guarda con un occhio nuovo, al quale forse non siamo abituati. Tra i vari protagonisti che finiscono nei versi di Marcoaldi c’è il cane. In una manciata di parole il poeta tratteggia quello che, secondo lui, è l’enigma del cane: sa tutto di noi, eppure non ne sparla in giro. Non è un vero amico?
Il problema non è tanto
che io parlo e lui non mi capisce.
Semmai il contrario: il vero enigma
è il cane, che tutto sa di me
e mai ne riferisce.

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