«Un giorno lontano eri l’alba»
Cesare Pavese è stato un poeta capace di liriche intense e disperate. Non è un caso che nel suo libro, Dialoghi con Leucò, che fu trovato nella stanza d’albergo in cui si suicidò a neppure 42 anni d’età siano stati rinvenuti una serie di biglietti da lui scritti, tra cui uno che recitava: «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti». Una frase ripresa dal suo diario, ma che ben fotografa il suo stile, il suo tentativo e le sue delusioni.
La poesia che segue è tratta da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, la celebre raccolta dedicata a Constance Dowling, il suo ultimo, infelice amore. Fu scritta il 4 aprile 1950 e pubblicata postuma, visto che Pavese si suicidò il 27 agosto di quello stesso anno.
Anche la notte ti somiglia,
la notte remota che piange muta,
dentro il cuore profondo,
e le stelle passano stanche.
Una guancia tocca una guancia –
è un brivido freddo, qualcuno
si dibatte e t’implora, solo,
sperduto in te, nella tua febbre.La notte soffre e anela l’alba,
povero cuore che sussulti.
O viso chiuso, buia angoscia,
febbre che rattristi le stelle,
c’è chi come te attende l’alba
scrutando il tuo viso in silenzio.
Sei distesa sotto la notte
come un chiuso orizzonte morto.
Povero cuore che sussulti,
un giorno lontano eri l’alba.

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