Capitolo Primo La leggera frescura di quel diciannove Marzo regalava in quella notte strana e malinconica un non so che di misterioso ed impalpabile nell’aria; come se una forza sovraumana stesse respirando sopra a quella piccola realtà di provincia. Una piccola cittadina in balia dei suoi ritmi blandi e delle sue storie di ordinaria follia; dove ogni innocuo accadimento diventava grosso come un elefante. Una luce improvvisa si accese fioca nella piccola cucina stile tirolese in quella villetta d’angolo che, insieme ad altre costruzioni gemelle, andava creando il villaggio residenziale - conosciuto dai più - con il nome di villaggio “la Valle dei Pini”. Un palcoscenico variopinto, in cui si esibivano, come le più simpatiche scimmiette ammaestrate, pessimi uomini che si credevano grandi attori! Questo non era altro che un piccolo mondo antico, fatto di perversioni e di molte ipocrisie; una realtà di una periferia avvelenata, dove il pedigree era ancora d’obbligo; o per meglio dire non era mai passato di moda! Qui vi era un gran via vai di gente, bella gente, per carità: al mattino ti sorrideva beata e gioconda; mentre alla sera, nascondendo il pugnale nella tasca, ti tradiva annientandoti con un fendente. Nessuno, volesse il cielo, interagiva con nessuno, in pratica uno sventurato qualsiasi poteva chiedere aiuto, con la certezza che nessuna mano tesa lo avrebbe preso per evitargli una imbarazzante caduta nel baratro. … Niente emozioni da condividere – per carità- , solamente dei freddi e stentati saluti a denti stretti! Eppure in quella villetta giallo paglierino qualcosa di inaspettato stava di lì a poco per accadere. Era come se in quella freddezza generale si stesse per vivere un coup de théatre alla moda della più pregevole commedia umana firmata Balzac. Ma chi era poi lo sfortunato di turno pronto a diventare l’inconsapevole attore di quella sciarada voluta dal destino? La sorte beffarda aveva dunque puntato il dito contro il povero Alessio Pangalli. Alessio possedeva quella prestanza fisica e quel particolare non so che, capace di intrigare la preda del giorno; anche se la sua proverbiale timidezza verso l’altro sesso lo faceva balbettare in modo assai imbarazzante. Fino ad un anno prima il Pangalli aveva lavorato come super manager in una prestigiosa azienda di videogiochi, dove aveva ideato e firmato progetti che avevano avuto una grande eco e dei riconoscimenti assai importanti dalla stessa opinione pubblica. Ma purtroppo ogni bella favola che si rispetti ha sempre un momento in cui si deve decretare per causa forza maggiore una doverosa fine. E anche Alessio non poteva fare altro che rispettare questa prassi! Così quando la sua vena creativa aveva purtroppo cominciato a fare le bizze e sulla sua strada si era affacciato –come perfido sciacallo- il giovane ventenne voglioso e rampante, nipote di una potente eminenza grigia; lui venne gentilmente messo alla porta con un sorriso e con un calcio nel sedere! E allora a quel punto della sua vita il buon giovane si era visto costretto a reinventarsi del tutto. Stanco di quella intelligenza artificiale che con lui era stata matrigna, silenziosamente un po’ bastarda e poco riconoscente; aveva finalmente deciso di voltare completamente pagina, ignorando studi, sogni e soprattutto conto in banca. Ma che cosa poteva dunque inventarsi il Pangalli per non soccombere del tutto alla noia e alla pigrizia e resistere così agli urti della vita? Facendo i conti con i suoi ricordi, memorie di un’infanzia targata “quella casa nella prateria”, dove ogni cosa profumava di zucchero filato; colse la palla al balzo e rispolverò la sua antica passione per il verde e la botanica. Dai cinque anni in poi, infatti, durante quelle interminabili estati afose di una Val Padana vestita di sole e di azzurro, il piccolo Alessio affiancava nonno Ermenegildo nel giardino e nell’orto di quella piccola casetta bianca dal tetto rosso. Quindi a questo punto il dado era tratto! Lui avrebbe appeso al chiodo il mouse e abbracciato con ardore la zappa … del resto lui boomer fiero ed orgoglioso era cresciuto al ritmo di “ voglio andare a vivere in campagna” di Toto Cutugno. Per il nostro amico Pangalli non fu certamente difficile avviare la sua nuova attività; in quanto sapeva benissimo che se fosse andato a perorare la sua causa dalla vecchia Ernestina, la moglie del Peppe … il boss indiscusso del villaggio residenziale “la Valle dei Pini”, tutto sarebbe decollato con uno schiocco di dita. E così fu! Abbandonati i panni del manager rampante; era pronto a presentarsi al mondo come giardiniere tutto fare. Naturalmente la prima a beneficiare dei servizi di Alessio – neanche a farlo apposta- fu proprio la stessa Ernestina, fedele al motto “ provare per credere”. E quella esperienza fu per la donna talmente piacevole, per leggerezza e divertimento, che sdoganò a tal punto il lavoro del giovane da farlo diventare l’idolo indiscusso dell’intera popolazione femminile di quel piccolo villaggio urbano. Non c’era signora al “Villaggio dei Pini” che non avesse avuto occasione di gioioso intrallazzo con il Pangalli. Del resto fu proprio lei, l’intrepida Ernestina, che nel vederlo a torso nudo cominciò ad intonare, come una pazza scatenata e per prima, la canzone “brividi”. Ed era stata ancora lei a paragonarlo a quel Big Jim con cui suo fratello Giannino amava giocare da piccolo. A quella simpatica vecchietta, tutta pepe, la presenza del giardiniere gigolò le dava l’assurda sensazione di trovarsi in una puntata della sua serie televisiva preferita “ desperate housewive “. Ma torniamo a quel diciannove marzo, in quella villetta d’angolo, in cui un ragazzo qualunque stava vivendo i postumi di una strana notte, dove menzogna e verità andavano cavalcando la stessa onda malsana. Era come se un gran carnevale di pensieri disarmonici venisse all’improvviso a galla e catapultasse l’ignaro Alessio in un inferno senza fine. Del resto lui stesso si era trovato imbrigliato in una ragnatela di situazioni senza capo e senza coda. Quel giorno aveva festeggiato con quei pochi amici, che contava sulle dita di una mano, il giro di boa dei suoi primi cinquant’anni. Una festa sciatta, priva di brio, costruita a tavolino per dargli la sensazione di una felicità di facciata. Una serata che assomigliava sempre più ad una farsa colossale e che gli faceva venire voglia di mettersi due dita in gola e di vomitare tutti i suoi primi cinquant’anni! Aveva bevuto, sorriso e stretto mani di gente che, alla resa dei conti della sua vita incasinata, non era altro che una pietosa zavorra di ipocrisia all’ennesima potenza da debellare ad ogni costo. E adesso, nel momento in cui quell’insulso ballo in maschera era finalmente giunto al termine, si sentiva solo e triste più che mai e quelle quattro mura – guadagnate col sudore sul campo- non gli sembravano altro che una grigia prigione da cui era davvero impossibile evadere. Il Pangalli era distrutto; sembrava quasi fluttuasse in un vortice di non senso, un’allucinazione non prevista che lo invitava a porsi domande su domande; le cui risposte purtroppo restavano solamente una grande incognita tutta da decifrare! Aveva sempre sognato una vita diversa, fatta di musica e di armonie , nella quale avesse finalmente l’opportunità di arricchire di note il suo quaderno pentagrammato; eppure la vita lo aveva sempre portato a scelte che in fin dei conti non facevano altro che prendere a cazzotti la sua stessa essenza. Diciamocela tutta Alessio era stato sempre il killer di se stesso! Ma adesso era stanco, veramente stanco; perché aveva ben compreso che qualcosa si era rotto definitivamente dentro di lui. Aveva recitato un’insulsa commedia che gli andava stretta e l’aveva recitata per darsi quel tono che avesse appeal in quel circo a tre piste dove lui era il clown. Era diventato dal giorno alla notte il peggior nemico di se stesso, non si sopportava più e tanto meno non poteva di certo amarsi. Dietro di lui non aveva che lasciato una scia di fallimenti … di cose iniziate e mai portate a termine , forse per paura, o per pigrizia o semplicemente per arroganza. Il suo atteggiamento, a volte intollerante e dispotico, aveva distrutto quelle persone che alla fine avevano avuto la sola colpa di amarlo veramente. Oramai si era reso conto di aver smarrito la strada maestra e si era ritrovato e adagiato nella convinzione di essersi impantanato in una realtà surreale; in cui le sue colpe e i suoi fantasmi più neri lo stavano divorando lentamente attimo dopo attimo. Nella sua vita non aveva mai pianto, perché gli era stato insegnato che era cosa buona e giusta gestire il proprio pudore e le proprie fragilità in modo autonomo e riservato. Nessuno mai lo avrebbe dovuto vedere ferito e fermo all’angolo! Eppure in quella giornata particolare tutte le sue certezze si stavano sciogliendo come neve al sole : aveva sicuramente perso lucidità e si era accorto, suo malgrado, che la sua stessa vita non aveva più alcun mordente, era come una canzone dal buon potenziale, ma eseguita in modo stonato. Girava e rigirava in quel piccolo salotto alla medesima stregua di quella belva ferita a tradimento e neanche lui capiva fino in fondo il vero motivo di quell’immensa irrequietezza. Ma poi il suo sguardo – senza un vero perché – lo accompagnò in direzione di un comò dal sapore antico, un ricordo di famiglia. E qui tra le cianfrusaglie di una vita spuntava una piccola cornice d’argento che custodiva in silenzio il suo fallimento più grande: l’ombra di un padre che forse non aveva mai imparato a conoscere, forse per pregiudizio o per inadeguatezza. “Quanto è bastarda la vita! Nasci il 19 marzo e poi ti scopri irrisolto nei confronti del tuo stesso padre!” … pensava Alessio tra sé e sé. Difatti quella con il suo genitore era una sorta di battaglia invisibile che si andava silenziosamente ancora combattendo oggi dopo mesi dalla sua scomparsa. Il rammarico di non avere vissuto fino in fondo quel rapporto ancestrale e di aver costruito un muro fatto di comportamenti circostanziali e di sospetti atroci era tale che il Pangalli per la prima volta aveva voglia di piangere. Non aveva pianto quando per dieci anni lo aveva visto consumarsi giorno dopo giorno, come una candela solitaria su quel davanzale triste e spoglio, con la consapevolezza di essere diventato un peso per la parte sana della famiglia. Non aveva pianto alla cerimonia funebre, perché aveva vissuto il tutto come una situazione irreale, una situazione fuori di sé. Ma quella sera – al giro di boa dei cinquant’anni- aveva deciso di lasciarsi andare e di dire basta a quella maledetta reticenza che lo aveva indotto ad un comportamento freddo, delle volte cinico, ma soprattutto affettato. Quante maschere il buon Alessio aveva dovuto indossare per sopravvivere al cosiddetto contratto sociale; subdoli accorgimenti per non soccombere e navigare a vista! Tutti quei pensieri così prepotenti e vagamente ruffiani si affollavano con veemenza in quella testa, ormai confusa dalla situazione, col risultato che gli stessi avevano così creato una specie di ragnatela di fili metallici, capace di ingabbiare il suo cuore rancoroso. E allora per non affondare del tutto, sentiva il bisogno di annullarsi nell’ennesima sigaretta, magari accompagnata da quel liquore al caffè. Intanto dalla villetta vicina giungeva inattesa “ People are strange” dei Doors; e subito Alessio ebbe l’istinto di cantarla a squarciagola, come se quella stessa melodia fosse una poderosa droga a cui fosse assai difficile resistere. Quella canzone era per quel giovane uomo un déjà vu; l’occasione ghiotta per ricordare quel liceo linguistico, dove aveva speso gli anni più belli e meno incasinati di una vita ancora acerba di un brufoloso ragazzino alle prese con i suoi primi pruriti. Non era stato un periodo del tutto idilliaco; ma almeno si poteva affermare di aver vissuto nella leggerezza e nella piena libertà di essere ancora predisposti al lusso di sognare; perché tutto ciò non costava niente e si poteva davvero ancora credere di cambiare il mondo! E qui in questa oasi felice aveva conosciuto Rebecca, una persona meravigliosa che se ne era andata troppo presto, non era riuscita a sconfiggere quella malattia canaglia e il destino impietoso l’aveva chiamata a sé. Rebecca era quel fiore raro che lo si trovava in quel giardino d’inverno, dove si andava lieti per respirare la vita. Era quel fiore raro dai colori sgargianti, il cui profumo ti inebriava e la cui bellezza ti ubriacava. Era gioiosamente naif e mai banale, talmente fuori da ogni schema prestabilito, da risultare un essere quasi sprecato per le brutture di quel tempo rarefatto, per la cattiveria di quel mondo infame. Ad Alessio – personaggio decisamente sopra le righe- quanto piaceva l’originalità di Rebecca! Proprio lui che, per indole e per modo di porsi d’innanzi alla realtà del quotidiano, aveva sempre avuto un occhio di riguardo per la diversità sana e fruttuosa, piuttosto che svendersi- come una puttana qualunque- alla più squallida omologazione di pensiero e di azione. E la ragazzina era così ingenuamente pulita e bella dentro nel suo modo di presentarsi … che chiunque avesse il privilegio di incrociare, anche per un solo istante il suo sguardo; ne rimaneva inspiegabilmente travolto, quasi ipnotizzato da quel carisma, che ti metteva ko in un angolo. Il Pangalli era solito definirla come un “ mostro sacro “, una meravigliosa rarità, tutta da applaudire e tutta da venerare. La vedeva come quell’artista un po’ folle, dall’anima incompresa, che amava i giochi di chiaro-scuro, in barba ai colori e alla prospettiva. Rebecca aveva questo suo strano modo di fare, così inaspettatamente frastornato e frastornante, che le conferiva un’aria quasi di mistero, che, nonostante tutto, sapeva conquistare, regalando una simpatica empatia che lo faceva sentire al centro di un mondo nuovo, che solleticava la sua parte migliore. Era una meravigliosa sorpresa che si rinnovava di giorno in giorno come la scabrosa promessa di due eterni innamorati, pronti a camminare mano nella mano alla conquista di un posto al sole. La musica e le parole dei Doors continuavano ad impazzare in quel piccolo salottino e Alessio era sempre più avvinto dall’interminabile fluttuare di quella prepotente massa di ricordi soffocanti, che lo facevano sentire come “lo scarafaggio” di Kafka, sempre sul chi va là … per paura di essere calpestato. Che bello lasciarsi trasportare da quel suo sguardo malinconico! Che favola lasciarsi sedurre da quegli occhi blu mare di un’ eroina romantica alla ricerca di evanescenti attimi tutti da scrivere! Era come se l’uomo andasse respirando una nuova ventata di aria fresca in quella notte in cui ipocrisia e falsità la facevano da padrone con grande prepotenza. E il solo fatto di pensare alla figura di Rebecca sembrava ridargli una giusta dimensione e una giusta dignità. Del resto quanti avevano avuto l’onore o la fortuna di vivere fino in fondo la dolcezza di quella giovane donna, non potevano che tranquillamente affermare di essere rimasti colpiti da quella sua disarmante tenerezza che, alla fine, non conduceva altro che ad una specie di paradosso tutto da scoprire! Infatti la sua timidezza e la sua discrezione facevano ancora rima con parole come educazione e rispetto, termini con cui il buon Alessio andava ancora d’accordo , nel famigerato terzo millennio; sebbene tutto ciò risultasse del tutto obsoleto e suonasse come una colpa o come un marchio di stupidità! Ma Rebecca senza saperlo era diventata per il Pangalli un bellissimo souvenir, un chiodo fisso … lei dunque incarnava quella diva della porta accanto, tutta acqua e sapone, magari un po’ persa nei suoi ragionamenti, ma sempre romanticamente vera. E per questa ragione l’uomo si sentiva in obbligo di donarle come pegno di fedeltà assoluta due righe di poesia da lui concepite: A te anima bella In silenzio Ti sei dissolta Creando quella stella Che illumina I miei passi … Ti lascio questo bacio Che sa Di malinconia La musica era andata scemando e in quella piccola stanza si ritornò a respirare uno strano ed impalpabile silenzio, del resto il “Vaso di Pandora” era stato scoperchiato e certamente non si poteva tornare indietro:nulla era più come prima. Alessio senza accorgersene aveva scomodato quei mille e mille fantasmi che era riuscito miracolosamente fino a quel momento ad assopire e relegare nell’androne più oscuro della sua anima. Insomma, con un perfetto gioco da equilibrista consumato, aveva avuto la forza di domare i suoi demoni, le sue paure e ogni sua fobia, rendendo il tutto come legittime alterazioni di un carattere in divenire. Ma ormai la misura era veramente colma! Il Pangalli non ce la faceva davvero più a sopportare tutta quella melma di insoddisfazioni e di pesantezza esistenziale che andava a minare la sua integrità psichica. Si sentiva oppresso come quell’antico vulcano in procinto di eruttare da un momento all’ altro! Aveva appena compiuto cinquant’anni eppure dentro non si sentiva a posto con se stesso; forse perché non aveva ancora accanto quella persona ad hoc in grado di addomesticare la sua incapacità di codificare le regole basilari dell’educazione sentimentale. Come poteva amare un’altra persona dal momento che odiava se stesso? Da molto tempo lui aveva ben compreso che tutti quei fantomatici nemici che, secondo sua sensibilità andavano affollando i suoi pensieri, non erano altro che dei mulini a vento; il vero suo nemico era uno solo, lui stesso, vestito di tutte quelle sue farneticazioni e contraddizioni che lo facevano sopravvivere alla vita stessa. Alessio si ricordò di aver lasciato nel cruscotto della sua utilitaria un pacchetto dalla carta dorata con il fiocco bianco, l’unico regalo che aveva ricevuto in quella giornata così bizzarra. Lo andò subito a prendere nel garage condominiale e con fare quasi seccato lo lanciò sul tavolino di cristallo. Continuava a guardare quel pendolo di legno antico, ma quelle maledette ore non volevano trascorrere; era come se il tempo stesso aveva congiurato contro di lui e contro la sua insaziabile malinconia. E allora aveva deciso di punirsi, come solo lui sapeva fare, quando si prefiggeva una sorta di pianto liberatorio, in grado di trasformare tutte quelle amarezze in ritrovati momenti di piacevole serenità. Così andava davanti a quella grande scaffalatura di metallo verde acqua, che si trovava nel corridoio della notte … e a colpo sicuro prendeva dal ripiano più alto la videocassetta del film “A Walk to Remember” . Dopo avere indossato il pigiama ed essersi tolto di dosso i vestiti e il fetore della giornata appena trascorsa, si sedeva su quel divano di pelle sfatta in compagnia di Landon Carter e Jamie Sullivan, sicuro che quegli eroi di celluloide gli avrebbero placato prima o poi quella sua inspiegabile insoddisfazione, ricongiungendolo di fatto a quel suo piccolo mondo ideale. Ma quel maldestro tentativo di fuggire vigliaccamente quella sua condizione di sudditanza nei confronti di un malessere interiore era risultato alquanto banale e del tutto inutile; perché ad un certo punto di quella sua patetica operazione di “reset” generale … il suo sguardo aveva incrociato, per sbaglio, la fotografia impolverata di un piccolo e sorridente Alessio, “vestito” di una nauseante giocosità, momenti pallidi di una felicità lontana! In una cornice sgangherata, scollata dal tempo, trionfava il ritratto sbiadito di quel piccolo bimbo, retaggio degli anni settanta; periodo storico complesso e di contestazione, dove tutto era il contrario di tutto. E più precisamente lui venne alla luce, rompendo ogni indugio ben sedici giorni prima dell’ora x alle cinque e trenta del mattino, in quel giovedì, nove Agosto del millenovecentosettantatre; giorno in cui per la quattordicesima volta i Russi avevano deciso di lanciare una sonda verso Marte. Era l’ anno in cui nella politica all’amatriciana l’inaffondabile “Balena Bianca” la faceva da padrone nascondendo le chiavi di Palazzo Chigi sotto la mattonella. A quel tempo,infatti,era di gran moda ballare come pazzi quel tango a due targato Andreotti/ Rumor. Mentre al Colle si respirava aria di Savana; peccato solo che di lì a poco “sua Maestà” avrebbe abdicato, infangato nel suo onore! E a San Remo- puntuale come le tasse- il buon Peppino … quel sognatore, orgoglio caprese, dopo aver sbronzato la povera Roberta con champagne, da gran paravento la stendeva con “Un grande amore e niente più”, vincendo la kermesse di quell’anno. Completavano quel podio, al secondo posto, per par condicio, un altro Peppino, tale Gagliardi, - sfido chiunque a ricordarsi una sua canzone!- Mentre al terzo girava bene all’inconfondibile voce di Milva, che finalmente usciva dalla Filanda; gridando a tutti : “Belli Ciao!”. Anche se nell’immaginario collettivo, Alessio in primis, restavano nella storia di quel millenovecentosettantatre melodie irripetibili come: “ l’uomo che giocava il cielo a dadi”, lo struggente capolavoro di un ispirato Professore milanese … dedicata al padre giocatore d’azzardo e una allucinata e sgangherata “sugli sugli bane bane” delle divertenti Figlie del Vento; che tra carciofi, lattai … benedivano chi aveva inventato l’amore. E per la prima volta, miracolo inaspettato e inaudito nel Bel Paese, una Sufraggetta Bionda, fregando sul tempo Fatine e dirigibili – Gabriella Farinon in nome della precisione- presentava da sola, senza il benestare maschile, quella competizione canora. Anche se l’ultima sera, quella trasmessa in diretta sul primo canale,ovvero la serata number one, per non smentirsi, ci si affidava di nuovo anche al buon vecchio e caro Michele che munifico di squilli di tromba e gaffes presunte o meno, rappresentava certamente l’usato sicuro e non traumatizzava la tradizione più conservatrice, quella che vedeva nella donna una sorta di “geisha” o “di romantica crocerossina” … insomma l’Angelo del Focolare. Mentre sui campi di calcio si laureavano campioni d’Italia gli Aquilotti, peccato che a quei tempi la Falchi avesse solo un anno; altrimenti via al samba! Intanto Hollywood – nella sua megalomania generale- incoronava come miglior film “il Padrino” di Coppola. Una Liza Minelli, stranamente sobria, si aggiudicava la statuetta per la sua memorabile interpretazione in “ Cabaret” … Ma la cosa più strana di quella edizione era che la stessa opinione pubblica rimaneva assai basita dal rifiuto plateale della statuetta da parte di Marlon Brando,uno degli interpreti maschili del “Padrino”. Si diceva che tale gesto fosse stato compiuto in difesa degli Indiani d’America e delle loro precarie condizioni di vita. Quel millenovecentosettantatre per Venezia fu letale; in quanto non poteva di certo rispondere a tono allo strapotere dello “Zio Sam”, poiché le gravi contestazioni degli anni settanta avevano così preso il sopravvento da cancellare l’evento stesso e da conservarlo per momenti migliori. Situazione che non accadeva di certo in città come Berlino o Cannes. Difatti nella città del Muro, l’ Italia partecipava con due pellicole, “Malizia” di Samperi, la volta buona di Laura Antonelli, che, grazie a quella sua interpretazione, ottenne la sua consacrazione, decretata dal pubblico e dalla critica; e “La proprietà non è più un furto” di Petri, tra i suoi interpreti: Flavio Bucci, lo strepitoso Ligabue in uno sceneggiato Rai; Ugo Tognazzi e Gigi Proietti. A Cannes, invece, il Cinema del Bel Paese si presentò con più titoli: da “Bisturi – La Mafia Bianca- diretto da Luigi Zampa; “ Vogliamo i Colonnelli” di Mario Monicelli all’ “Amleto di meno” regia di Carmelo Bene. Anche se il vero scandalo fu il film “La Grande Abbuffata” di Ferreri, con Tognazzi, Mastroianni, Noiret e Piccoli; fischiato e censurato, perché considerato rozzo, volgare e veicolante al sesso più blasfemo ed offensivo. Insomma aveva saputo creare un gran scompiglio tra il pubblico più “incravattato” e la critica più conservatrice e meno propensa ad un umorismo di grana grossa. Se Ferreri era “il Lupo cattivo”, un alquanto giovane Giancarlo Giannini, dopo la leggerezza del musicarello anni sessanta con Marisa Sannia, Rocky Roberts e Lola Falana; convinceva la giuria, aggiudicandosi a mani basse la palma per il miglior interprete maschile, grazie alla sua brillante performance nella pellicola diretta da Lina Wertmuller “ D’Amore e D’Anarchia”. Ma per Alessio il suo anno di nascita significava anche in un certo senso la sublimazione di quell’amore spasmodico nei confronti dei mitici cartoni animati e dei manga giapponesi. Dalle grandi serie “ yankee” prendevano forma cartoni animati come “Jeanny” la genietta vestita da mille e una notte, alter ego del maggiore della N.A.S.A Antony Nelson; “Star trek” e le mitiche orecchie del dottor Spock e dulcis in fundo “l’intramontabile “Famiglia Addams” e l’iconica cagnolona “Lassie”. Senza dimenticare prodotti a più ampio respiro, i cosiddetti sempre verdi, come “L’orso Yoghi”, “Robin Hood”, “ il libro della jungla” e i “Superamici” … ovvero Batman e Robin , Superman e Wonder woman formato famiglia. E poi come scordare “Jenny la tennista”, ogni suo match durava – se si era fortunati- una settimana a set. E ancora “Babil Junior” e la sua mitica pantera nera;” kyashan” il ragazzo androide, “la banda dei ranocchi”, “Cybernella” e “Sam il ragazzo del west”. Questo era il vero mondo di Alessio Pangalli, dove fantasia e sogno andavano a braccetto, catapultandolo in una dimensione tutta sua, dove c’era solo lui e non doveva rendere conto a nessuno. Ed Intanto – in quel millenovecentosettantatre così denso di eventi : dalla crisi petrolifera, alla caduta di Pinochet in Cile; dalla protesta degli studenti Greci nei confronti del Regime dei Colonnelli, all’autobomba di Piazza Barberini e all’attentato di Fiumicino- il Cinema italiano dava l’ultimo Saluto commosso alla sua amata “Nannarella”, una donna sfortunata in amore; ma un’attrice di polso e di cuore, che aveva saputo commuovere e convincere con la sua sentita romanità addetti al lavoro e pubblico, come del resto testimoniava il suo Oscar per “La Rosa Tatuata”. Ma veniamo a cose serie quell’anno a Miss Italia, nella città di Vibo Valentia, tra il venticinque Agosto e il ventisei, Mike Buongiorno, sempre lui, incoronava la diciannovenne Margareta Veroni di Carrara, che partecipava alla competizione in qualità di Miss Cinema, in rappresentanza della regione Toscana. Una ragazza castana di media altezza, segni particolari un occhio verde e uno marrone, che avrebbe poi potuto vantare la partecipazione nel 1975 al film drammatico- erotico “Labbra di Lurido blu “ , pellicola diretta dal regista Petroni ; con Lisa Gastoni, Corrado Pani e Pino Caruso. Anche se forse la vera vincitrice di Miss Italia millenovecentosettantatre restava lei, una giovanissima Carmen Russo, che pur non avendo avuto corona e scettro, aveva dato un calcio alla sua invisibilità. Infatti alla fine degli anni settanta, partendo da Antenna tre Lombardia, incrociando Ettore Andenna e la sua” Bustarella”, arrivava in Rai – coltivando anche il suo alter ego di “Carmen Bizet”-. La sua consacrazione avveniva poi negli anni ottanta alla corte di sua Emittenza “re Silvio”, con programmi cult, come Drive in; Risatissima e Gran Hotel. Ma torniamo al prodotto migliore di quella annata, ovvero a quel piccolo bambino fermo, immobile in quel rettangolo d’argento acciaccato dall’usura del tempo, che all’Alessio maturo non gli faceva per niente tenerezza; anzi lo indispettiva, per non dire che lo irritava. Lui, quel nanetto gioioso aveva la supponenza dell’essere più felice di questo mondo, perché dentro la sua tenera scorza sapeva benissimo di possedere quella chiave magica che di certo gli avrebbe permesso di giocare la carta dell’ingenuità. Peccato per lui ! Viveva la vita con leggerezza, senza purtroppo mettere in conto che tutta quella vanesia felicità era solo una bellissima utopia, creata ad arte per illuderlo. Intanto di lì a poco ci avrebbe pensato la vita a risvegliarlo da quel torpore così poetico e irreale … a calci nel sedere e a cazzotti ben piazzati in pieno ventre. Certamente faceva la sua bella figura con quel grembiule bianco, che profumava di fresco bucato, e quel fiocco azzurro, così graziosamente ingombrante! A vederlo lì rigido in quella posa plastica e vagamente intellettuale, si poteva prospettare per lui un destino prospero e ricco di realizzazioni certe; chi avrebbe potuto mai immaginare che invece sarebbe stato vittima di una colossale barzelletta? Il piccolo Alessio aveva vissuto un’infanzia ovattata, non di certo per merito suo, ma per quel tenore di vita che i suoi genitori gli avevano potuto dare grazie a quanto avevano saputo costruire con il loro lavoro. La sua unica prerogativa era quella di godere a pieno della situazione e di beneficiare di quei frutti, disponendone per una propria soddisfazione personale. E la cosa gli piaceva moltissimo, tanto era vero che nel fare ciò dimostrava un’attitudine davvero invidiabile! Ma per lo strano gioco di un destino dispettoso; doveva dividere quel palcoscenico con altri due fratelli che gli erano piovuti dal cielo come la più classica offerta di un supermercato qualunque “ compri uno … te ne diamo due.” Appurato che bisognava accogliere ogni dono col sorriso stampato sulla faccia, il Pangalli accettava – diciamo di buon grado- quel circo e lottava per la propria sopravvivenza, tenendo conto che, nonostante amasse il ruolo da protagonista, doveva accettare a denti stretti quello da comprimario. Del resto essendo il mezzano aveva imparato sul campo che lui era quello invisibile, perché, che se ne dica, il primogenito e l’ultimogenito erano quelli che si spartivano nel bene e nel male onori ed oneri. E siccome l’acerbo Alessio aveva ben compreso che di ogni necessità era cosa buona e giusta crearsi una sorta di virtù salva vita, era riuscito, certamente per merito di quel pizzico di fantasia e di follia, a resistere con stile ai primi logorii della vita. Quindi, sebbene i rapporti con i propri fratelli non fossero idilliaci, aveva stillato – nella sua testa ben organizzata- una specie di vademecum della sopravvivenza: una distanza di sicurezza al fine di salvaguardare la propria stabilità mentale; un fegato grosso come una casa per difendere le proprie proprietà e un temperamento abbastanza passionale per partecipare agli eventuali scontri al vertice, meravigliose battaglie fatte di insulti, morsi e sputi … con la classica conclusione di porte sbattute con grande impegno. Ma la forza di quella “adorabile canaglia” era di aver capito fin da subito le strategie migliori per piacere al suo clan. Innanzitutto sapeva in ogni circostanza come apparire sempre nella maniera più consona al desiderio altrui; inoltre aveva quel piglio quasi artistico di manipolare la realtà a proprio piacimento, avvalendosi di provvidenziali omissioni e di divertenti mezze verità. Era così bravo in questo suo esercizio di libera creatività che lui stesso a volte faceva davvero fatica a riconoscere il totalmente falso dalla verità. Era così abituato a crearsi un suo mondo parallelo che anche nell’invenzione della balla più assurda, non diventava rosso e non faceva neppure una piega! Qualora poi venisse per disgrazia “sgamato” passava con disinvoltura al miracoloso piano B. Non negava la sua colpa, anzi prendeva di petto la situazione e se ne assumeva la piena responsabilità. L’unica cosa era che nel fare questa dimostrazione di forzata contrizione, si mostrasse umilmente affranto per l’accaduto; così da suscitare nell’autorità coinvolta quella forma di pietismo sempre ben accetta, che gli avrebbe risparmiato valzer di battipanni e ciabatte volanti. Ma più passavano gli anni e la vita andava logicamente trasformandosi … quel bambino, dal grembiule immacolato e dal fiocco ingombrante, diventava sempre più selvaggio ed arrabbiato con quel suo piccolo mondo circostante; fino a quando un Alessio adolescente lo aveva definitivamente ucciso, durante quel compito in classe, in quel tema dal titolo scomodo. E ancora oggi il cinquantenne Pangalli non aveva ancora del tutto perdonato quel bambino ruffiano e paravento, reo – a suo dire- di avergli rubato la felicità. Fu dunque per questa ragione che in quella notte così strana ed imprevedibile lui fece un gesto del tutto incomprensibile, prese tra le mani quella cornice impolverata e la scaraventò con sdegno contro il muro di quella stanza. Era come se volesse dimostrare di essersi affrancato per sempre dall’ingombrante presenza di quel demone del passato; era come se volesse togliersi una volta per tutte di dosso quella maschera di ferro che indossava da anni per nascondersi dalle” rogne” e da tutta quella sporcizia che lo stava lentamente sommergendo. Ma quei mille cocci prodotti in quell’attimo di estrema fragilità non avevano fatto altro che rattristarlo maggiormente, era sempre prigioniero di quella strana malinconia che lo tallonava a vista e si guardava bene dal lasciarlo in pace. Era talmente sopraffatto da quella strana atmosfera che si andava respirando in quella piccola villetta, da non comprendere fino in fondo il perché di quella sua inquietudine in quel giorno che in fin dei conti doveva solamente decretare un nuovo “patto “ di non belligeranza e di convivenza forzata con la sua maturità, giunta ad un traguardo importante, una ragguardevole fandonia … mezzo secolo di allucinazioni e di mezze tragedie. Che strane sensazioni stava provando Alessio! Emozioni contrastanti che per la prima volta erano riuscite a far traballare il suo equilibrio; era come se il suo stesso baricentro fosse stato espugnato violentemente da una forza oscura che di lì a poco lo avrebbe senz’altro condotto sull’orlo di un precipizio virtuale. Fino a quando si ricordò di quel pacchetto di carta dorata, chiuso da quel fiocco bianco, candido come la neve , che aveva abbandonato con stizza in un angolo buio di quel piccolo salotto. Lo prese tra le mani e, con poca eleganza – per meglio dire - con tangibile avidità, quasi con una certa arroganza, si affrettò a scartarlo e con piacevole sorpresa vi trovò sistemata, con gran cura, una copia di pregevole fattura, “ dell’Egmont” di Goethe. Un’opera, musicata anche dalla fantasiosa creatività di Beethoven, in cui venivano elogiati eroismo e sacrificio di un aristocratico Fiammingo, che, durante la repressione spagnola, attuata dal Duca di Alba nell’anno 1568, rinunciò alla sua stessa vita per manifestare la sua innata devozione ed il suo profondo attaccamento alla Patria olandese. Per il Pangalli quel libro aveva la stessa magia della “madeleine” di Marcel Proust … una dolce memoria involontaria che lo accompagnava,mano nella mano, tra le braccia del ricordo di Frau Muller; la sua insegnante di tedesco. Un cielo azzurro, avvolto da quella calura estiva, così insistente e soffocante, danzava attorno a quella chiesa dall’anima germanica, in quella strada dal sapore antico … per quel solenne “Ultimo Saluto” dal sapore strano. Quanta folla! Eppure Alessio si sentiva fastidiosamente solo in quelle quattro mura dalle tinte barocche che piano piano gli toglievano il fiato. E lui si domandava più volte dove fosse Dio … Si guardava attorno in quella stanza semi buia, ricordandosi di quell’Angelo sorridente … e i suoi diciotto anni erano ormai alle spalle. La sedia era tristemente vuota e nel cassetto di quella cattedra aveva nascosto Fichte : il finito cercava l’infinito! Parole belle parole si frantumavano nell’aria; mentre il ministro celeste si apprestava a lenire, con una specie di conforto studiato a tavolino, quel dolore silenzioso. Ma quel Volto di donna – la sola che lo aveva davvero capito fino in fondo-fuggiva stremato dalla natura, perfida matrigna … Frau Muller era stata per Alessio una ipotetica bussola, quel punto fermo che solo la piena consapevolezza di una donna poteva rappresentare con fierezza e giudizio. E lui il giorno dopo ci sarebbe stato ancora e quindi cercava – come un ossesso- di trattenere con rabbia il più possibile, perché il domani, come fiume in piena, avrebbe travolto il tutto senza produrre alcuna colpa riscontrabile. S’intonava con malinconia un canto nuovo quasi di speranza: il PARADISO era vicino. Ma chi poteva affermare veramente di averlo veduto? La suora del catechismo o l’insegnante di religione? Con passo compìto e composto si allontanava in punta di piedi quello scrigno color della semplicità che imprigionava a tradimento un giovane cuore – del tutto ancora vergine di cattiveria- che avrebbe potuto avere nuovamente l’opportunità di giocare a dadi con il suo stesso destino. Una giovane vita che senza ombra di dubbio avrebbe ancora regalato emozioni importanti. … Così il Pangalli, assorto nella sua genuina incredulità, si interrogava con astio sul perché un ragazzino ancora acerbo avesse dovuto assistere a quello sciacallaggio voluto dalla medesima natura. Si domandava il motivo per cui quello stesso ragazzino dovesse farsi recidere il cordone ombelicale una seconda volta. Ma dov’era Dio? Alessio era estremamente romantico e folle allo stesso tempo; tanto è vero che pensava che tra la terra ed il cielo ci fosse una piccola porta rossa che nascondeva mille meraviglie … E allora socchiudeva gli occhi; immaginando che il dolce sorriso di Frau Muller: donna, madre, moglie e amica speciale avesse varcato la fatidica Soglia. Una lacrima solcava il suo viso, mentre il suo cuore gridava afono quel pallido auf wiedersehen. Povero Alessio! In quella notte, che stava passando dal diciannove al venti marzo; la sua testa dava forfait in tutti i sensi. Era come se in essa agisse una ragnatela di fili metallici in grado di castrare ogni suo pensiero, ogni sua emozione. Le date, gli eventi , i ricordi; nonché gli arrivi e gli adii si stavano affollando con grande prepotenza nel recinto di quelle ”belve” silenziose, potenze oscure –manipolatrici seriali- pronte ad esercitare la forma più subdola di prelazione. Tanti angeli avevano riempito il suo cielo, anime belle la cui vita si era intersecata in un fantasioso cammino comune lungo la strada della conoscenza. Il piccolo salottino di quella villa d’angolo – al “Villaggio dei Pini”- era vuoto ormai; ma era talmente rivoluzionato da sembrare un campo di battaglia, dove le nevrosi umane avevano fatto a botte con ogni forma di buon senso: tra calzini nel porta caramelle e mutande che piovevano dal lampadario … per non parlare di quel divano retrò che pullulava di bottiglie vuote di limoncello. Perfino il gatto Pancrazio, trovatello leggermente in sovrappeso, aveva alzato il gomito ed ora russava come un pascià in un piccolo angolino buio avvolto in quel cachemire verde acqua del suo adorato padrone.

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